Bologna coi suoi orchestrali

Photo travel report

Seduti sul nuovo italico treno, si parte da Roma Tiburtina, in questo viaggio miraggio, destinati verso la città dotta, «coi suoi orchestrali», i suoi artisti di strada e i suoi monumenti, che ti accolgono e ti abbracciano sin dal primo momento, Sin da quando si sbarca alla Stazione Centrale e si rimane impietriti e senza voce di fronte a quello squarcio dilaniante, datato 2 agosto 1980. Lì si capisce quanto questa città ci tiene a ricordare. Ogni angolo, ogni porticato ha la sua storia, il suo momento di gloria. Piazza Maggiore è una fucina di questi ricordi. A fare da ornamento alla gotica ed imponente Basilica di San Petronio, alla Fontana del dio Nettuno, al Palazzo Comunale e al Palazzo del Podestà, ci sono targhe e targhe commemorative, che ricordano gli sforzi, il dolore, il sangue delle vittime che lottarono per l’indipendenza della patria durante le due guerre mondiali. I volti e i nomi di chi non c’è più. Come alla Stazione Centrale.
Ma poi il ricordo e la commozione si trasformano repentinamente in una sorridente curiosità di fronte agli orchestrali che affollano rumorosamente la piazza. E le tante vie porticate della rossa. Si segue la musica, prima ancora che un itinerario turistico. Si segue questo o quell’artista. Ci si imbatte in un capitello corinzio. E poi in uno spritz gelido. E intanto ci si perde, fra i mille archi e gli accenti emiliani. E si conoscono persone, di un’altra epoca, ormai perduta, quasi benniana, in quel Bar Maurizio in via Guerrazzi, affollato di eccentrici matti, «quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle».
Questa è Bologna. Un po’ jazz e un po’ punk. E un po’ rock, come la Basilica di Santo Stefano, che sorge nell’omonima piazza, nota anche come le “Sette Chiese”, così chiamata per la sua articolazione architettonica che si snoda in numerose chiese e cappelle collegate da un cortile e da un chiostro. Ci si perde al suo interno. Ed è un bene. Perchè si ritrova sè stessi, la propria intimità e il proprio pensiero, sottratto fugacemente dalla velocità moderna, assopito in un limbo dimenticato. Qui esso si rigenera. E da qui si riparte verso via Piella, dove c’è la Finestrella, un suggestivo affaccio sul Canale delle Moline che scorre lento tra le abitazioni e che rende quella parte di Bologna una “piccola Venezia”.
Questa è Bologna, dove ti ritrovi a pranzare alle tre del pomeriggio all’Osteria dell’Orsa, tanto lì fanno orario continuato da mezzogiorno a mezzanotte, e le crescentine e le piadine e le tigelle vanno giù che è una meraviglia, come il pesto modenese che le farcisce abbondantemente.  Pesto che ti energizza, altro che Red Bull, e che ti consente di riprendere il cammino per i lunghi viali coperti della città.
E poi le torri gentilizie concorrenti, gli Asinelli e la Garisenda, slanciate verso il cielo ma pendenti, tanto che «qual pare a riguardar la Garisenda ‘sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sí, che ella incontro penda; tal parve Anteo a me che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora ch’ i’ avrei voluto ir per altra strada».
Questa è Bologna. “Una vecchia signora coi fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli”.

Nota. Questo reportage non sarebbe mai venuto alla luce senza l’indispensabile aiuto di Renato e Irene, cari amici ospitali e ottime guide turistiche.

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